lunedì, 12 aprile 2010 - ore 20:21
sabato, 20 marzo 2010 - ore 22:09
A te
“Le cose che di solito il bambino ama, rimangono impresse nella profondità del suo cuore fino alla vecchiaia.
E l’aspetto più bello della vita è che i nostri spiriti rimarranno a volteggiare sopra i luoghi dove avevamo goduto qualche delizia. E io sono tra coloro che si ricordano sia delle cose lontane sia di quelle vicine, e non lasciano smarrire nella nebbia neppure una delle loro ombre.”
(Kahlil Gibran – Quando l’amore chiama, seguilo)
mercoledì, 17 febbraio 2010 - ore 10:51
“L’amicizia è una forma d’amore. [...] ha un forte contenuto etico. L’amicizia aspira a un ideale di perfezione morale.
Se questo è vero, ne deriva che noi sceglieremo come amici coloro che si comportano in questo modo perlomeno nei nostri riguardi, che si comportano moralmente bene con noi. Noi, a nostra volta, saremo scelti se ci comporteremo in modo analogo, se agiremo in modo che il nostro amico ritiene esemplare. Ciascuno, nei riguardi dell’amico, deve comportarsi in modo esemplare. [...]
Quanto detto significa che noi scegliamo, come amici, tutti coloro di cui abbiamo stima, coloro che ammiriamo?
Nient’affatto. Noi possiamo stimare una persona, ammirarla e, ciononostante, non diventare suoi amici e non desiderare neppure di diventarlo. L’amicizia non può esistere senza questa stima, non può esistere senza un reciproco comportamento morale. Però l’amicizia non è solo stima, non è solo ammirazione. E’ anche amore.
L’amicizia è la specifica forma di amore che ha, come suo oggetto, una persona che apprezziamo e che si comporta in modo eticamente corretto, perlomeno con noi.
L’innamoramento istituisce i criteri di giudizio rivelando il valore di ciò che è, qualunque cosa sia; è la rivelazione del valore di ciò che ci appare come oggetto del desiderio. Nell’amicizia, invece, i valori ci devono essere già. Certo, in un amico noi apprezziamo qualità, aspetti a cui non avevamo dato importanza e valore. Ma, socialmente, il valore preesiste. L’amico è colui che ce lo rivela, che si comporta in conformità con esso.
Dell’amato noi apprezziamo un movimento dei capelli, una smorfia, un capriccio. Dell’amico apprezziamo le buone qualità intellettuali, morali, la simpatia, la vivacità, la sollecitudine che ha per noi.
Chi diventa con certezza nostro amico? Colui che, a nostro giudizio, anche gli altri avrebbero dovuto apprezzare.
Amicizia è dare il dovuto, riconoscere una qualità, una virtù che era lì, perfettamente visibile, ma che gli altri non apprezzavano perché erano indifferenti o perché odiavano. L’amore per l’amico non ce lo fa stravedere, ce lo fa soltanto vedere; non ce lo fa sopravvalutare, ce lo fa soltanto giudicare equamente. I criteri di giudizio sono universali. Tutti, a parole, sostengono di rispettarli. Però non lo fanno. L’amico è colui che li rispetta nei miei riguardi, non li dimentica. Ed io faccio lo stesso per lui.
Amico è perciò colui che ti rende giustizia. Giustizia in un senso profondo, vitale. La vita stessa può essere giusta o ingiusta. L’amico che apprezza una tua qualità che nessuno aveva valorizzato, che ti stima per qualcosa che gli altri disprezzano, ti rende giustizia in questo senso profondo. L’amico è dalla tua parte, combatte per te e, se necessario, ti vendica. Per questo ti rende giustizia.
Per apprezzare una qualità ci vuole una disposizione benevolente. L’amico è benevolente. Vede ciò che siamo e ci aiuta ad essere noi stessi. Gli altri sono indifferenti. Il loro cuore è freddo e perciò, non vedono neppure che cosa siamo in realtà. Solo l’amico ci vede per ciò che siamo. Può avvenire che sia uno sconosciuto colui che ci rende giustizia, colui che viene verso noi tendendoci la mano. Costui allora, sia pure per un istante, è nostro amico.
Riconoscere un valore significa anche vedere all’interno. I valori non sono solo comportamenti, sono anche sensibilità, sfumature dell’animo. Ciò che dà all’amicizia il suo carattere disinteressato e sublime è il fatto che l’amico riconosce e dà valore anche a nostre virtù che non servono a niente. [...]“
(Francesco Alberoni – L’amicizia)
domenica, 7 febbraio 2010 - ore 22:39
“E dopo il bagliore del fulmine, il buio della notte profonda, la quiete non quieta del troppo: troppo vedere, troppo soffrire, troppo sapere. Non quiete del sonno, ma della breve morte: quando il dolore è eccessivo, bisogna morire un po’ per andare avanti.
Il mio albero – l’albero con cui ero cresciuta e la cui compagnia ero convinta mi avrebbe seguita in là con gli anni, l’albero sotto il quale pensavo avrei cresciuto i miei figli – era stato divelto. La sua caduta aveva trascinato con sé molte cose: il mio sonno, la mia allegria, la mia apparente spensieratezza.
Il crepitio del suo schianto, un’esplosione; un prima, un dopo; una luce diversa, il buio che si fa intermittente. Buio di giorno, buio di notte, buio nel pieno dell’estate. E, dal buio, una certezza: è il dolore la palude nella quale sono costretta a procedere.”
(Susanna Tamaro – Ascolta la mia voce)
Non prestatemi mai un libro, perché con molta probabilità non ve lo potrò restituire prima di quattro anni.
Sì, quattro anni ci ho impiegato per ritrovare questo libro acquistato nel 2006 e mai letto perché sepolto da una guida sulle polpette… (ehm?… ).
Quanto è strano però lo scorrere del tempo, a volte…
giovedì, 4 febbraio 2010 - ore 22:58
Nella lingua Yaghan della Terra del Fuoco, mamihlapinatapai significa “guardarsi negli occhi sperando che l’altro dia inizio a qualcosa che entrambi desiderano ma che nessuno dei due vuole cominciare”.
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