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Se fosse l’ultimo dei giorni…

Sunday, 1 January 2012 - ore 09:00

… sono certa
io ovunque ti rincontrerei!

Buon compleanno, Coyotìn !!!!

Ti voglio bene :*

Di voi, Feste/ricorrenze, Video | Commenti (5)

Amici e tradizioni di Natale

Tuesday, 27 December 2011 - ore 21:29

Eccomi oggi… due ore prima di ammalarmi… 🙂

Uauauauauauuauauauauauaua!

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(clicca qui per ingrandire l’immagine)

Di me, Di voi, Diario | Commenti (22)

Cancello di Natale

Saturday, 17 December 2011 - ore 10:19

L’anno della mia nascita, i miei genitori piantarono un abete in quella parte di terreno dietro casa chiamato “orto” (la parte di terreno davanti casa era il “giardino”). L’alberello fu regalato loro da un amico che aveva un vivaio, probabilmente come augurio per il nuovo nato. Nei miei primi ricordi natalizi, quell’abete veniva sradicato dal terreno e trapiantato in un vaso, a sua volta portato in casa per consentire l’addobbo dell’albero. I miei, “aiutati” da me (e, più tardi, da mio fratello), attaccavano ai rami tutto ciò che poteva venire appeso. Si iniziava con le classiche palle colorate, fragilissime, per finire con oggetti vari, compresi un modellino di elicottero, presine da cucina a motivi floreali, i tradizionali biscotti di Natale a forma di pupazzo… abbiamo evitato (credo) giusto le saracche e le fette di salame. Rivestito di festoni dorati, argentati o rossi, illuminato da lucine intermittenti, completato della classica “punta”, l’abete incarnava, per noi bimbi, lo spirito del Natale. Nonostante fosse posto in un pianerottolo non freddo e umido, emanava calore. Era bello spegnere i prosaici lampadari (in quei primi anni la tv non c’era a casa nostra) e guardare le lucine alternarsi e creare riflessi colorati fra sugli addobbi. Dopo l’Epifania, luci, palle e festoni venivano tolti e collocati ordinatamente nelle scatole che li avrebbero conservati per i successivi dodici mesi e l’abete veniva di nuovo piantato nell’orto. Gli anni passavano, io crescevo (insomma…) e l’albero pure. I vasi in cui veniva trapiantato per l’addobbo natalizio diventavano sempre più grossi, finché fu chiaro che non era possibile portarlo in casa. Nessun problema: venne recuperato un nuovo piccolo abete, che trovò dimora nel giardino davanti casa e che, ogni anno, dal giardino veniva espiantato per essere sistemato in un vaso, addobbato e poi, al termine delle feste rimesso al suo posto. Il secondo albero mi accompagnò lungo l’adolescenza. Le decorazioni erano più o meno le stesse, a parte un po’ di palle e punte di vetro rotte negli anni, il rito dell’addobbo manteneva quasi intatto il suo fascino. La televisione era entrata in casa nostra, ma solo marginalmente: telegiornale, film o varietà, tribune politiche, poco altro. Potevamo ancora privarci dell’ipnotico elettrodomestico, spegnere le luci di casa e goderci quelle dell’albero nel pianerottolo davanti ad una porta-finestra, dalla quale poteva capitare di ammirare una suggestiva nevicata (allora non guidavo e la neve era sempre e solo gioia).

Era solo questione di tempo: durante i miei anni liceali, anche questo secondo abete divenne troppo grande per essere invasato e portato in casa. Non avevamo più posto per piantarne un altro, così si decise di acquistare quelle palle di plastica colorate contenenti lampadine e di addobbare l’albero in giardino. La decorazione natalizia diventò decisamente più rustica: dall’ikebana della disposizione di palline e ninnoli si passò ad attrezzi da boscaiolo, pali uncinati per portare in cima all’albero le luci, scale per sistemarle. Per qualche anno l’attività fu appannaggio del babbo, con noi ad assisterlo e a sghignazzare alle sue imprecazioni non proprio natalizie. Poi la consegna passò a mio fratello, più abile di me nelle faccende manuali. L’anno in cui lui fece il servizio militare toccò a me l’illuminazione dell’abete. L’albero era ormai alto cinque o sei metri, per arrivare alla cima ci voleva la scala. Era nevicato da poco, in terra c’erano una ventina di centimetri di neve. Titubante e preoccupato, mi arrampicai sulla scala, appoggiata alla folta chioma dell’abete, con in mano il palo uncinato recante la fila di palle. Sulla porta di casa i miei genitori e S., la mia ragazza di allora. A causa di una manovra maldestra, persi l’equilibrio, la scala mi sfuggì da sotto i piedi ed io istintivamente abbracciai l’albero. O meglio, abbracciai le sue aghiformi foglie, che rallentarono sì la caduta (terminata, oltretutto, sulla soffice neve) ma mi lasciarono segni come se avessi litigato con un gatto imbufalito. Lungi dal preoccuparsi, i miei e S. si sbellicavano dalle risa, mentre io smadonnavo come un carrettiere.
L’effetto delle luci con la neve intorno, però, era delizioso.

Gli abeti hanno la seccante caratteristica di avere radici che si espandono in larghezza più che in profondità, cosa che indebolisce la loro resistenza alle intemperie, se non sono insieme ai loro simili. Avere a poca distanza dalla casa un abete alto ormai otto metri, con la possibilità di una rovinosa caduta, non era molto rassicurante, quindi si decise, con il mio solo, inascoltato, voto contrario, di abbatterlo. Lo fecero un giorno che ero a (far finta di) seguire lezioni universitarie e quando tornai trovai solo il ceppo, ancora interrato, e rami accatastati. Una scena tanto triste che passarono mesi prima che potessi domandarmi -e domandare ai miei famigliari-: e Natale cosa facciamo? La mamma propose di compare uno di quegli alberelli finti, che dopo le feste si possono ripiegare e sistemare in poco spazio, ma l’idea non piacque a nessuno. Diamine, viviamo in mezzo ai campi, dobbiamo addobbare un pezzo di plastica come un qualsiasi milanese? Il creativo di famiglia è sempre stato mio padre, fino a tarda età trovava soluzioni a tutti i piccoli problemi quotidiani. Qualche anno fa avevo un paio di sandali marroni con le cuciture rosso rame. Un giorno, una di queste cuciture si strappò, rendendo le calzature inutilizzabili. Pensavo di buttarle e acquistarne di nuove, ma il babbo decise di risolvere lui stesso la questione, cucendole. Gli feci notare che la cucitura con il filo bianco (l’unico che avevamo in casa per quel tipo di lavoro) strideva con le altre, rossastre. Lui non disse nulla, ma poche ore dopo mi portò i sandali riparati con filo rosso rame. Sgranai gli occhi, sorpreso: dove l’aveva trovato? Guardando meglio, scoprii che non era filo color rame, era proprio filo di rame, ricavato da un cavo elettrico. Insomma, capito il tipo di creatività del babbo?

L’anno dell’abbattimento dell’abete in giardino, la soluzione proposta da mio padre fu di illuminare… la cancellata che separa la casa dalla strada. Sopra il cancelletto costruì un arco, con una sbarra di ferro piegata, rivestita di gomma. In questo modo fu possibile illuminare il cancello da un estremo all’altro. Nacque così il cancello di Natale. Quando veniva il tempo, mio padre, mio fratello ed io uscivamo con luci e attrezzi vari, legavamo le lampadine alla cancellata e collegavamo i fili elettrici ad una presa appositamente predisposta.

Non molto dopo, all’abete piantato l’anno della mia nascita, che era diventato alto e largo, creando un piccolo, ombreggiato ecosistema nell’orto in cui era collocato, toccò la stessa sorte dell’abete nel giardino. Quella volta ero a casa, e infilai la testa sotto un cuscino per non sentire la motosega brandita da mio fratello fare a pezzi l’albero.
Era primavera. L’inverno successivo, a febbraio, mia madre morì.

La tradizione del cancello di Natale continuò, un po’ più malinconicamente. Con gli anni, mio padre, anziano, aveva poca voglia di stare al freddo a far passare le luci fra le sbarre, mio fratello ed io preferivamo bighellonare. Ma non molto più tardi del 16 dicembre il cancello era illuminato. A quei tempi uscivo con E., che mi regalò un alberello in fibra ottica, molto suggestivo. Ma le lampadine colorate fra le sbarre imbiancate di neve avevano il fascino della cosa vera.
Nel 2008 mio padre, con la mia collaborazione, mise per l’ultima volta le luci sul cancello. Due mesi dopo raggiunse mia madre.

Nel 2010, con il cuore ancora dolorosamente gonfio di ricordi, mio fratello ed io ci occupammo del cancello. Lo scorso anno non fummo così solerti. Una sera di dicembre, rincasando dal lavoro, stanco e demotivato, fui preso da una disperata tristezza guardando casa nostra così buia, mentre il vicinato splendeva di luci lampeggianti rosse, blu, bianche, gialle, in foggia di stella, di abete, di onda marina. Ad accentuare la malinconia c’era l’alberello di forsizia, che il babbo aveva piantato al posto dell’abete, spoglio e grigio. Il giorno dopo passai per un centro commerciale e acquistai alcuni metri di luci led colorate, con un dispositivo per giochi di luce. Il sabato successivo, precettato mio fratello, illuminammo la cancellata e l’alberello. Tornare la sera e vedere quelle luci mi diede un po’ di speranza, alleviò un principio di tristezza cronica che si stava insinuando in me.

Quest’anno ho deciso di combattere questa sorta di inaridimento progressivo giocando d’anticipo: approfittando del ponte dell’Immacolata, abbiamo provveduto. Ora chi passa di qui può vedere splendere le luci sull’arco sopra il cancelletto d’ingresso e fra i rami della forsizia.

Un cancello illuminato contro la tristezza e l’aridità? Perché no?

(Coyotìn – 16.12.2011)

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Una storia vera

Tuesday, 29 November 2011 - ore 22:09

“Nonostante il freddo hanno resistito. Due boccioli di rosa nel mio giardino stanno fiorendo. Non sono fiori da concorso, sono due spartane, schiette rose rosa. Le guardo e mi sembrano simboli di speranza, penso che in fondo si può resistere alla montante marea di negativitĂ  che mi sembra voler travolgere tutti, per arrivare a sbocciare come quelle due rose.” […]

(Coyotìn blog – 10 dicembre 2007)

Grazie per esserti seduto su una sedia da cucina e aver mangiato pane e salame anche in silenzio insieme a me…

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NĂĽm

Wednesday, 21 September 2011 - ore 20:56

“Siamo tutti un po’ matti, ma la maggior parte di noi non lo sa, perchĂ© frequentiamo soltanto gente con il nostro tipo di pazzia.

Vedi dunque quale opportunità ti offro, per apprendere l’uno dall’altro.

Solo quando si incontrano persone con pazzie diverse, nasce la possibilitĂ  di scoprire gli errori del proprio tipo di follia.”

(Albert Einstein)

A te

A una panna cotta di gomma
A un viaggio rubato
A un piede ferito…

Ti voglio bene

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